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Formazione, questa sconosciuta

Management  

Formazione, questa sconosciuta.
3 ' di lettura

La parola formazione non ci piace: io formo te che prendi “forma” grazie a me. No!

Premessa: la parola formazione qui è usata solo come scorciatoia concettuale, ma a chi scrive piace come una tazzina di caffè con aggiunta di limone.

Detto ciò ci adeguiamo, ma questa parola andrebbe cambiata, perché condanna alla passività: io formo te che prendi “forma” grazie a me. Orribile! Ne faremo oggetto di future riflessioni. Andrebbe cambiata per favorire il superamento di alcuni stereotipi.

Da un dentista cosa vi aspettate di sentirvi dire? Di limitare i dolci e fare regolari controlli. Già, direte voi, parla nel suo interesse! Fino a un certo punto. Posto che non c'è nulla di male, guadagnerebbe forse di più se arrivassero pazienti in pessime condizioni. Il dentista coscienzioso però parla nell'interesse primario dei propri pazienti.

Sgombriamo il campo da falsi equivoci: da una società come la nostra vi sentirete dire che la formazione – dai, proviamo già a cambiare parola, lo sviluppo delle competenze relazionali – è indispensabile.
Come i dentisti vedono i danni della mancanza di prevenzione, così noi vediamo i danni generati dalla mancanza di sviluppo delle competenze comportamentali o dal ricorso a “scorciatoie” che hanno effetti devastanti sulle persone, sui costi aziendali e quindi sul sistema economico.

Come affermò un ex rettore di Harvard, “Se è vero che l'educazione costa, figuriamoci l'ignoranza”.

Noi ci muoviamo nel campo dello sviluppo delle competenze manageriali, ma più di tutto vogliamo insinuare dei dubbi, aventi lo scopo di suggerire delle nuove prospettive.

La sete di formazione c'è ed è tanta, e aumenta quando le persone ne scoprono il valore e diventano più consapevoli. Spesso questa scoperta genera in loro meraviglia e stupore.
Senza un sano, costante e qualificato supporto allo sviluppo delle competenze relazionali, sociali, comportamentali non ce la faremo come Paese, come aziende e come persone.

La managerialità non si improvvisa, al pari della leadership. Farlo arreca un danno diffuso, perché nelle aziende si cristallizzano modelli comportamentali frutto di improvvisazione che rendono impossibili valutazioni oggettive e vanificano ogni meccanismo di meritocrazia.

L’autovalutazione non dovrebbe fondarsi sull'aver raggiunto degli obiettivi, ma sul come li si è raggiunti. Il primo atteggiamento è proprio di chi si compiace, il secondo di chi vuole crescere.
Vale per il singolo e vale per le organizzazioni.

Il nostro Paese, lo si grida ovunque, ha bisogno di innovare e molto c'è da fare nel mondo dello sviluppo delle competenze.
Innovare significa innescare cambiamenti epocali. E perché ciò sia possibile intanto si potrebbero per esempio accreditare le scienze comportamentali nell'alveo delle materie di studio e approfondimento fin dalla scuola secondaria, almeno. A livello sociale si potrebbero iniziare a sovvertire quegli stereotipi culturali che impongono ancora di spendere e accreditarci con il titolo di “dottore”,” ingegnere”,”commendatore”.
A livello politico, intraprendere con coraggio un processo di interventi per defiscalizzare gli investimenti formativi sostenuti dalle aziende.

Perché al netto di tutto e di tutti, non ci stancheremo mai di dirlo, la differenza la fanno solo e soltanto le persone grazie alle loro capacità.

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